Se il Giorno 1 era stato un’immersione nella cultura e nell’atmosfera ai piedi del muro, il Giorno 2 è stato l’approfondimento tecnico. Il momento in cui la teoria è diventata fisica. Il giorno in cui abbiamo finalmente messo le mani – e soprattutto i piedi – sul motivo per cui eravamo tutti lì.
Ci siamo svegliati al lodge di San Sebastián in un silenzio particolare, in netto contrasto con la festa del txotx della sera prima. La nebbia basca era bassa sulle colline, promessa delle condizioni esatte in cui ACG dà il meglio.
La colazione è stata tattica, ma nell’aria si respirava l’attesa. Abbiamo avuto l’occasione di sederci a parlare con alcuni atleti – interviste che trovate in altri articoli del blog –, ma uno dei nostri momenti preferiti è stato chiacchierare con Gabriella Lasalle e Liam Mudrow, due atleti di punta di ACG.
Poi ci hanno dato 20 minuti. Cambiarsi. Equipaggiarsi. Niente riscaldamento. Si testava la scarpa subito. Ritmo sostenuto.
Niente parco pianeggiante. Ci siamo diretti verso le colline selvagge appena fuori San Sebastián. ACG non crede nei test di laboratorio; crede nelle conseguenze del mondo reale. Il nostro obiettivo: un’uscita di prova di 9,7 km, giusto per farci una prima impressione.
È stato un caos glorioso. Appena partiti è arrivata la pioggia. Come se il meteo sapesse che il nostro compito era verificare se ACG significa davvero tutte le condizioni. Era lì che la scarpa doveva dimostrare il suo valore.
La ACG Zegama ha fatto presa all’istante. Il battistrada aggressivo mordeva il fango e garantiva stabilità laterale sui tratti in contropendenza. Ma la vera sorpresa è stata la restituzione di energia. Sui rari tratti di sterrato compatto, la schiuma ZoomX si è accesa, regalando quella spinta reattiva che ti permette di mantenere lo slancio.
Abbiamo spinto forte su una salita ripida e tecnica, sentendo la sicurezza della tenuta sul mesopiede. La discesa è stata ancora più veloce: una picchiata fiduciosa su roccia scivolosa e su un single track pieno di radici. Abbiamo chiuso i 9,7 km coperti di fango, ridendo e incredibilmente colpiti. La scarpa si era guadagnata il suo nome.
Tolto il grosso del fango, abbiamo tenuto le scarpe nuove ai piedi (una strategia di rodaggio indispensabile) e siamo saliti sul mezzo. Ci addentravamo nelle montagne, lasciandoci alle spalle la relativa civiltà di San Sebastián.
Il pranzo si è tenuto in un’altra sidrería locale, ma questa era diversa. Niente a che vedere con la grande sala comune del Giorno 1: era un posto più isolato.
Se il primo pranzo era stato un saluto, questo parlava di comunità. Eravamo più dentro al cerchio. Altro sidro versato dalle botti, ad accompagnare frittate di baccalà saporitissime e, naturalmente, enormi piatti di peperoni arrostiti e bistecca grigliata alla perfezione. La conversazione era meno networking educato e più chiacchiera da trail runner senza filtri: confrontavamo le impressioni sulla scarpa e ci scambiavamo teorie su come sopravvivere alla maratona.
Da questa sidrería non potevamo andarcene in auto. Anche se ci avevano offerto di rientrare in pullman, noi di Noirfonce abbiamo immaginato che sul retro non ci fossero strade. Così il nostro obiettivo successivo è diventato un trekking di 14,6 km fino al paese di Zegama.
Questo trekking era una parte fondamentale della mentalità ACG. Dopo aver corso forte e mangiato bene, dovevamo passare del tempo nell’ambiente, rallentare, assorbire il paesaggio. Non è stata una passeggiata tranquilla. Il percorso ci ha portati attraverso antiche faggete, con una luce filtrata e verde, e su creste esposte dove il vento faceva vorticare la nebbia intorno a noi.
La lunga camminata a passo costante aveva uno scopo. Ci ha radicati. Camminavamo su tratti del percorso che il giorno della gara sarebbero brulicati di vita, ma che ora erano silenziosi, maestosi e intimidatori. Ci stavamo guadagnando il rispetto per il terreno su cui avremmo tifato il giorno dopo.
Avvicinandoci al chilometro 14,6, il silenzio ha cominciato a rompersi. Abbiamo lasciato la cresta scendendo per un sentiero tecnico verso il fondovalle. L’abbiamo sentito prima di vederlo: il suono dei campanacci, il brusio profondo di migliaia di voci.
Siamo arrivati nel paese di Zegama.
Se non sei mai stato a Zegama il giorno prima della maratona, non puoi capire. Non è solo una gara di trail: per un weekend è il centro dell’universo culturale basco. L’atmosfera era in pieno crescendo.
Il piccolo villaggio di montagna, di solito tranquillo, era un organismo vibrante e caotico. Le strade erano gremite di gente arrivata da tutta Europa. Bandiere appese a ogni finestra. Abbiamo visto i Joaldunak (i tradizionali suonatori di campanacci baschi), i cui enormi campanacci producevano un battito ritmico, quasi ipnotico, che risuonava nel petto.
La presenza del team ACG era forte, ma eravamo solo una parte dell’ecosistema. La piazza del paese brulicava di attività: i volontari montavano l’arco di partenza e arrivo, mentre gli atleti d’élite (alcuni dei quali avevano pranzato con noi poche ore prima) passeggiavano rilassati ma concentrati. L’energia era palpabile, come un peso fisico fatto di eccitazione e di fatica imminente. Il paese era pronto a esplodere.
A malincuore abbiamo lasciato il centro vibrante di Zegama per tornare al nostro lodge di San Sebastián. Il contrasto era impressionante: passare dal cuore crudo e rumoroso dei preparativi della gara alla quieta raffinatezza del lodge.
La cena quella sera è stata diversa. Tranquilla. Seria. La festa aveva lasciato il posto alla concentrazione. Si trattava solo di fare il pieno per il grande giorno. Menu ricco di carboidrati e proteine magre; energia prima del gusto.
Abbiamo controllato gli zaini un’ultima volta. Ultime verifiche sulle ACG Zegama (ripulite dal grosso del fango per farle asciugare, sapendo che sarebbero state di nuovo fradice pochi minuti dopo il via). Batterie in carica. Idratazione pronta.
Basta parole. Basta test. Il crescendo del villaggio si era trasformato in un brusio sommesso. Era l’ora dell’evento principale. Domani avremmo scoperto perché questa gara è leggendaria. Domani avremmo assistito alla follia. Domani è il giorno della gara.











